interviste
Una Spa su misura
Intervista a Daniele
Cantoni di Cristina Sarto
Articolo tratto dalla rivista Area Benessere
N. 1 | Gennaio-Marzo 2004
Chiamatela pure area benessere, spa o zona relax. E
consideratela ancora a tutti gli effetti un plus. E'
bene ricordare infatti che inserire uno spazio di questo
tipo all'intemo di un albergo porta con sé un
incremento sui prezzi di listino che va dal tre al dodici
per cento. Ma attenzione: tempo cinque anni e anch'esso
diventerà un must indispensabile per qualunque
struttura ricettiva. Dallo chalet incastonato all'ombra
delle Dolomiti (dove già da qualche anno la costruzione
di un'area benessere è una svolta di ordinaria
evoluzione) al villaggio vacanze affacciato sulla costa.
"Si tratta di un'evoluzione naturale, un po' come
è successo per il bagno in camera: negli anni
Sessanta era considerato un vero e proprio valore aggiunto,
oggi la sua presenza è data ovunque per scontata.
E così è stato poi per la televisione
e il frigobar in camera, oppure per la piscina".
A parlare è Daniele Cantoni, vent'anni di esperienza
alle spalle nel mercato della cosmesi, dell'estetica
e del benessere. Un settore in cui si sta lentamente
creando una tradi zione tutta italiana, di cui il nostro
esperto è un indiscusso protagonista.
Cosa vuole oggi chi cerca il benessere?
Non più diete ipocaloriche e allenamenti faticosi,
ma coccole. Prendiamo ad esempio una day spa: la persona
non ci va per soffrire e tornare in forma ma per regalare
un massaggio shiatsu al cliente d'affari o per scegliere
tra una selezione dei migliori cioccolati al mondo.
Un
albergatore le chiede di realizzare un'area benessere.
Qual è il primo passo che compie?
Identifico che tipo di obiettivo il cliente vuole raggiungere.
Che può essere molto diverso da una realtà
all'altra: una struttura può aver bisogno di
un aumento della stagionalità, un'altra di destagionalizzare
gli ingressi, un'altra ancora di procurarsi nuova clientela.
E' il caso, ad esempio, di quegli alberghi che vivevano
per lo più di turismo di provenienza americana.
Per rimediare al calo di questo tipo di incoming hanno
dovuto necessariamente recuperare altre fette di mercato.
Mettere a punto un progetto dedicato al benessere è
un po' come realizzare un abito su misura. E la prima
mossa è proprio valutare le reali esigenze di
chi si ha di fronte: la mission appunto, ma anche la
posizione geografica, l'esigenza della clientela, la
concorrenza. Non è sufficiente costruire. Basti
pensare che un'azienda costruttrice realizza in media
una cinquantina di centri all'anno: come può
occuparsi anche di uno studio sulle esigenze del cliente?
Come può fornire una stima dei possibili costi
energetici o un'indicazione sugli orari di apertura
più opportuni?
Esistono realtà in cui l'area benessere non
ha possibilità di successo?
No, se si rispettano alcune condizioni. La prima è
che il progetto sia studiato a fondo, in tutte le sue
variabili. In questo momento sto lavorando per creare
una zona benessere all'intemo di un albergo che si trova
vicino a un aeroporto. Partendo dal presupposto che
l'ottanta per cento della clientela sarà legata
al volo aereo, sto analizzando cosa serve per offrire
il benessere a questo tipo di target: quali trattamenti
consentono di superare il jet lag, quali sono utili
per ridurre il gonfiore alle gambe e così via.
E la seconda?
Che
non si cada nell'errore di costruire una struttura per
decidere poi, in un secondo momento, quale sarà
la sua natura. Ad esempio non si può creare un
percorso benessere standard e poi proporlo ai manager
d'azienda. E' necessario predisporre stanze in cui ci
sono due lettini per i massaggi, o due vasche idromassaggio,
in modo tale che l'uomo d'affari possa sfruttare il
momento di relax per conversare con il suo cliente.
La distanza stessa tra una vasca e l'altra va studiata
attentamente: non può essere eccessiva per non
nendere diffcile il dialogo, ma non può nemmeno
essere troppo ridotta, per non violare la pri vacy di
due persone il cui rapporto è essenzialmente
di lavoro. Guai a realizzare a priori la struttura rispetto
all'obiettivo. Si rischia di creare una realtà
ibrida, priva di personalità.
Zona umida, palestra, piscina, area beauty, spazio
relax, kinderheim: il benessere è un quadro che
si compone di numerosi elementi Su cosa deve puntare
un imprenditore perché la sua realtà funzioni?
Anche in questo caso è una scelta soggettiva,
che varia da una realtà all'altra, anche se alcuni
elementi stanno diventando imprescindibili. L'area lounge
ad esempio, un ambiente con musica d'intrattenimento,
riservato alla socializazzione. O la zona relax, lo
spazio in cui il cliente, dopo bagni e trattamenti,
diventa cosciente di quanto si è trovato bene
e decide di ritornare. Ma al di là delle diverse
aree, ciò che conta è che ci sia una figura
di riferimento che le colleghi tutte: un direttore che
sia un po' l'anima della struttura. Per questo motivo
non credo nelle realtà progettate, costruite
e poi fatte gestire da esterni. Così come è
impensabile affidare la cucina di un albergo a una società
esterna di catering, allo stesso modo l'area benessene
va coordinata da una figura interna. Il rischio è
che le persone percepiscano lo spazio benessere come
qualcosa di estraneo alla struttura, non in sinergia.
Al contrario, ci deve essere un filo conduttore, si
deve respirare la stessa atmosfera, come se tutto il
personale sorridesse allo stesso modo. Non bisogna dimenticare
infatti che il benessere è un valore globale:
qualunque dettaglio fuori posto incide sulla sua qualità
agli occhi del cliente.
Come
saranno le aree benessere nel futuro?
Primo: saranno più ariose. L'utilizzo dello spazio
è infatti uno degli elementi che determina il
benessere. Viviamo in ambienti in cui anche lo spazio
più piccolo viene sfruttato fino all'ultimo centimetro.
E questo ci fa soffrire. Ecco perché nel momento
in cui una persona entra in un'area benessere non può
rtrovarsi in un luogo angusto. Al contrario, deve avere
la possibilità di sentirsi libera e di respirare.
Per rispettare questo principio bisogna stabilire con
estrema precisione il numero di persone che possono
entrare all'interno di ogni singola area. Certo, devono
essere suffcienti a raggiungere il break even point,
ma senza togliere agli altri la possibilità di
vivere bene lo spazio. Secondo: saranno gestite da meno
personale. Attualmente all'interno di queste strutture
c'è una media di tre operatori per ogni cliente.
Bene, questo rapporto andrà invertendosi. Merito
soprattutto degli spazi, che saranno sempre più
funzionali: il cliente dovrà sentirsi accompagnato
per mano, pur senza avvertire la presenza di troppo
personale. E di alcune attrezature, che permettono di
regalare benessere senza l'intervento continuo di un
operatore. Guardato con un occhio manageriale, questo
vuol dire un maggior guadagno con una spesa inferiore.
E poi?
Ci sarà sempre più attenzione verso la
scelta di soluzioni e materiali costruttivi naturali.
Un esempio? L'utilizo della luce. Nei centri di mia
realizazzione c'è uno studio sulle fonti luminose,
in modo tale che i raggi solari possano entrare attraverso
rifrazioni all'interno del bagno turco, come era nelle
strutture di un tempo. Le luci artificiali, che sono
comunque ridotte al minimo, si trovano sempre immerse
nell'acqua. Viviamo già, dal mattino alla sera,
a contatto di contaminazioni elettriche, inquinamento
acustico ed elettromagnetico. Per stare meglio l'organismo
richiede il naturale. Si tratta di una linea d'azione
che viene immediatamente percepita dal cliente e che
già in questo momento distingue un semplice centro
estetico da una vera area benessere. Basti pensare alla
totale assenza di tecnologia all'interno delle camere
nei resort in Indonesia o ai bagni a cielo aperto delle
spa maldiviane.
|